Dalla relazione ufficiale del Generale Lamberti e da racconti e ricordi di superstiti:
Il 16° Battaglione fanteria d’Africa, che faceva parte del 5° Reggimento di rinforzo alle truppe Coloniali al Comando del Colonnello Nava Cav. Luigi, era composto di 4 compagnie rispettivamente formate la 1a dal 25° e 26° fanteria, la 2a dal 45° 46°, la 3a dal 51° e 52° , la 4a dal 87° e 88°. Gli altri Battaglioni del Reggimento erano il 15° ed il 1° Battaglione Alpini che col 4° Reggimento fanteria d’Africa formavano la Brigata di riserva Ellena.
Il giorno 29 febbraio 1896 il Generale in capo decideva di avanzare verso le posizioni che circondano Adua colla speranza di occuparle, tratto in inganno da false informazioni che davano il nemico in ritirata, scoraggiato dalla lunga campagna, affamato e demoralizzato.
Alle ore 22 di quel giorno la Brigata Ellena mosse dal campo di Saurià col 4° Reggimento in testa, marciò tutta la notte
ed alle prime ore del mattino del 1° Marzo giunse allo sbocco del colle Rebbi Arienni, ove si ammassò rimanendo di riserva alla Brigata Arimondi, occupante il colle del Rajo,


Verso le ore 10:00 si manifestarono ben presto minaccie di aggiramento sui fianchi di quest’ultima Brigata da parte di truppe nemiche che già ne avevano sopravvanzate le ali, perciò per attenuarne gli effetti, si spedì il 15° Battaglione fanteria a destra della posizione e due compagnie alpine col Tenente Colonnello Menini a sinistra per fare argine agli Amahra che inseguivano il decimato 3°Battaglione indigeni, comandato dal prode difensore di Makallè Tenente colonnello Galliano.
Il 4° Reggimento (Romero) si schierava verso la stessa ora presso il colle di Rebbi Arienni per opporsi ad un grosso corpo nemico che cercava di puntare in quella direzione per staccare completamente le Brigate Arimondi ed Ellena dalla Brigata Bormida.
Il 16° Battaglione e le rimanenti due compagnie rimanevano ammassate nella loro posizione di riserva: fra 11.30 e le 11.45 giunse un ordine del Generale in capo di mandare prontamente a difesa del passo del Rajo tutte le forze disponibili, giacchè la Brigata Arimondi, premuta da forze soverchianti, minacciava di essere respinta entro breve tempo.

Il Colonnello Nava messosi alla testa delle truppe che erano rimaste, pronunciate poche ma vibrate parole, avanzò con esse al grido di Viva il Re! Viva l’Italia! Formidabilmente ripetuto.
Cominciò la penosa ascesa delle pendici del Rajo; la 1a compagnia alpina, spedita un pò prima delle altre verso la destra del colle, precedeva di buon tratto, seguivano poscia la 3a, la 1a, la 2a, la 4a del 16° Battaglione al comando del Maggiore Vandiol che riceveva ordini di portarsi sul centro della posizione.
Lo spettacolo che a quell’ora presentava il campo di battaglia era dei più terribili e strazianti. Il nemico penetrato nella posizione inseguiva qua e là le nostre truppe che si ritiravano giù per le scoscese e rocciose pendici del Rajo. Presso il colle nuclei di truppa del 9° e 2° Battaglione di fanteria e di bersagliericolle artiglierie a tiro rapido ancora disperatamente si battevano, la 1a compagnia alpini che sopraggiunge in loro rinforzo non vale a ristabilire le sorti ormai disperate del combattimento.
Ciò vedendo il Colonnello Nava mandava ordine al 16° Battaglione di non più proseguire verso il colle, ove non sarebbe potuto giungere in tempo, ma di schierarsi come meglio poteva nel punto, ove era giunto colla sua testa. Prima di schierarsi fù la 3a compagnia, quella del Capitano Rizza, sulla sua sinistra poco dopo si distese la 1a compagnia del battaglione.

I nostri bravi soldati malgrado fossero stanchi per la lunga marcia, pel caldo, per non aver preso ristoro di sorta, in ordine perfetto si stesero in catena e calmi, attenti ai comandi dei loro ufficiali, come fossero in Piazza d’Armi, aprirono il fuoco contro le orde Scioane ormai poco distanti. In breve sopraffata dalle preponderanti forze nemiche la catena cominciò a subire perdite sensibilissime. Fermi al loro posto, questi giovani soldati della Brigata Alpi, malgrado la vista sconfortante dei feriti e fuggiaschi in ritirata e la confusione inevitalbilmente prodotta da essi, malgrado le urla assordanti del nemico irrompendo, non mossero, incrollabili come le rocce che calpestavano. Ubbidienti ai loro ufficiali, cessano e riprendono il fuoco al segnale del fischietto, comportandosi veramente come veterani. Ben presto però i vuoti nelle file si fanno sempre maggiori: è forza ritirarsi.
Invano la 2a compagnia comandata dal Capitano Pietro Villa, formata da truppa ed ufficiali del 45° e 46°, si schiera su un’eminenza ed apre il fuoco a ripetizione per cercare di sostenere la ritirata delle altre due compagnie, invano il Capitano Rizza arresta ogni tratto la sua compagnia e con fuoco a furore procura di fermare il nemico, la valanga scioana comincia a travolgere tutto e tutti.
Ecco finalmente che le compagnie giungono al piano ma mancano già molti e molti valorosi: il Tenente Cucchi Manni e il Tenente Pacilio Francesco non sono più ad incoraggiare ed animare i loro soldati, giacciono insieme al prode Maggiore Vandiol sulle brulle pendici del Rajo.
Ben presto gli avanzi del 16° Battaglione sono circondati dal nemico che fa strage nelle nostre file colla sua preponderanza di fuoco. Nondimeno gli avanzi delle compagnie appoggiate ad alcuni ruderi di capanne abissine, poterono far sosta, e cercarono trattenere la ululante fiumana nemica. La lotta è veramente degna dei più valorosi soldati del mondo, al fuoco si risponde attaccando alla baionetta, con impareggiabile valore i soldati, animati dai loro ufficiali, che ormai votati alla morte la sprezzano, adoperano i fucili come clave, e ruggenti come leoni si buttano disperatamente contro i furibondi e spietati Amhara, che, malgrado il numero esorbitante, sono costretti ad arrestarsi davanti alle nostre intrepide truppe. In quel momento erano ancora col Capitano Rizza gli Ufficiali Rivi e Castano poi più non si videro. Ma nuovi nemici sopraggiungono; agli orribili Amhara si uniscono i feroci cavalieri Galla che riescono a circondare i pochi superstiti che ormai sono costretti a ritirarsi.
Mentre così combattevasi presso i ruderi sopradetti il Colonnello Nava si era spinto arditamente, seguito dal suo Aiutante Maggiore, là ove era stata inviata la 1a compagnia alpina; però poco dopo accerchiato, ferito da colpi di lancia e di sciabola, avendo già ricevuto un colpo di arma da fuoco, fu fatto prigioniero.
Veniva fatto pure prigioniero il Capitano Villa Pietro dopo essersi battuto valorosamente fino all’ultimo; circondato, colpito da una palla al femore e percosso da un colpo di calcio di fucile alla testa, cadeva a terra restando così in potere del nemico che non osò attentare ai suoi giorni.
Nel breve piano che corre dalle ultime pendici del Rajo allo sbocco del colle Rebbi Arienni, avvenne la strage dei valorosi nostri soldati, molti ormai mancano; caduti quasi tutti gli ufficiali, i vincoli organici sono rotti, sfasciati, lo stesso Capitano Rizza che incolume fino a quel momento è stato esempio ai suoi prodi di valore di coraggio, viene precipitato in un fosso da un quadrupete spaventato che errava tra le file.
Ma alcuni soldati lo vedono precipitare e non vogliono abbandonare neanche in quel supremo istante il loro Capitano. Essi si slanciano in suo soccorso ed animati dal furiere della compagnia, Costanza, riescono a tirarlo fuori dal burrone quasi privo di sensi. Un muletto passa fortunatamente privo di cavaliere, quei valorosi sotto una grandine di palle lo fermano, aiutano a salirvi il loro capitano e si ritirano trattenendo il nemico col fuoco.
Il Capitano Rizza può così sfuggire al pericolo certo di rimanere in mano del nemico, ma ecco che un gruppo di cavalieri Galla gli sbarra la strada, sicuro di facile preda, ma egli non si smarrisce ed apertosi un varco col fuoco della sua rivoltella può raggiungere i pochi superstiti della sua compagnia conducendoli poi dopo stenti infiniti ad Adi-Ugri, ove giunge il 3 Marzo.
Mentre così combattevasi verso le falde del Raio, la Brigata Da-Bormida, dopo aver vittoriosamente respinti gli attacchi del nemico finverso le ore 16, non poteva poi più resistere davanti all’avanzare di tutte le forze scioane che si rovesciarono su di essa, vinta la resistenza delle altre Brigate. Durante la ritirata venne ferito all’inguine il Sottotenente Beltrami Carlo rimasto sempre fra gli ultimi a fronteggiare l’innalzante nemico; i suoi soldati pietosamente lo sollevarono e lo portarono seco per buon tratto di strada, ma egli, sentendosi venir meno per la gran perdita di sangue, ordinò loro che lo adagiassero a terra e che si salvassero. Un fiore sulla tomba del valoroso!
Il Capitano Cicerchia Celestino invece, raccolto attorno a sé un piccolo nucleo di soldati, impugnato un fucile che meravigliosamente sa adoperare, riesce a ritirarsi in buon ordine colla colonna principale.
FINE.
Mantova, giugno 1897.
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